Lo studio: cosa hanno misurato e cosa hanno trovato
Lembo, Morsanuto e Peluso Cassese (2026) hanno condotto uno studio empirico su 470 insegnanti italiani di ogni ordine e grado, con l'obiettivo di misurare le competenze emotive in relazione alle fragilità evolutive degli alunni — DSA, BES, disabilità, difficoltà relazionali e comportamentali. Lo strumento utilizzato è il TEIQue (Trait Emotional Intelligence Questionnaire), validato e ampiamente usato in letteratura.
Il risultato principale: il campione mostra livelli medi di intelligenza emotiva nella norma o leggermente superiori. I docenti di scuola dell'infanzia e primaria tendono a punteggi più alti nelle dimensioni relazionali; quelli di scuola secondaria mostrano maggiore variabilità. Ma il dato più interessante — e più scomodo — è un altro: la competenza emotiva da sola non protegge dal burnout. Una quota significativa di insegnanti con punteggi adeguati nelle scale emotive mostra contestualmente livelli di stress percepito elevati.
La specializzazione: necessaria, ma non sufficiente — e spesso assente
Lo studio individua nella formazione specifica una delle variabili più correlate a livelli di competenza emotiva più stabili e resilienti. Non la formazione generica, non i corsi "sull'inclusione" fatti per adempiere a un obbligo: la formazione calata nella realtà concreta dell'istituto, costruita a partire dai bisogni reali di chi ci lavora dentro.
Da coordinatore inclusione, questa parte mi tocca direttamente. La competenza emotiva si costruisce con la specializzazione — ma anche con qualcosa che nei profili professionali non compare mai: la vocazione, intesa come disponibilità a stare nella relazione anche quando è difficile, e la forza di volontà di non smettere di progettare quando i risultati tardano.
Ma soprattutto — e questo lo vivo ogni anno — serve la progettazione a breve, medio e lungo termine. Non si costruisce inclusione con interventi spot. Si costruisce con continuità, con obiettivi condivisi, con la capacità di leggere dove sei adesso e dove vuoi essere tra un anno.
E la formazione: quante volte viene fatta formazione sul sostegno dopo la specializzazione, se non per obbligo o emergenza? I corsi trovati su Futura o su piattaforme con accreditamenti molto discutibili non possono sostituire una formazione seria, costruita sull'ascolto di chi lavora dentro la scuola. La formazione che serve è quella che parte da una domanda reale, non da un catalogo.
Il benessere docente: un tema che non può restare secondario
Lo studio di Lembo e colleghi mette in evidenza come il benessere percepito del docente sia una variabile mediante tra competenza emotiva e qualità dell'inclusione. In altri termini: un insegnante esausto — anche se tecnicamente competente — non riesce a mettere in campo quelle competenze con la stessa efficacia.
È una conclusione che sembra ovvia, eppure il sistema scolastico italiano fatica ancora a trattarla come tale. Il benessere del personale docente, ATA ed educativo dovrebbe stare al centro dell'organizzazione scolastica quanto quello degli studenti — non come accessorio, ma come condizione abilitante.
Le condizioni fisiche degli ambienti scolastici contano. Scuole fatiscenti, aule torridi d'estate, spazi spogli e inospitali riducono la lucidità, aumentano il nervosismo, abbassano la soglia di pazienza — di tutti, docenti e alunni. Quando si perde la lucidità, anche l'obiettività nella valutazione e nella relazione ne risente. Non è un discorso retorico: è fisiologia.
Nel nostro istituto abbiamo ipotizzato un'aula defaticante/relazionale, uno spazio dove l'incontro e il confronto tra pari siano alla base. Il confronto con l'altro plesso primario dello stesso istituto è già evidente: dove gli ambienti sono più accoglienti, i livelli di accoglienza e inclusione reale — non sulla carta — sono più alti.
Ambienti accoglienti non sono un lusso: sono un incentivo all'inclusione. E la scuola non è un parcheggio. È l'agenzia educativa per eccellenza, insieme alla famiglia. È il luogo del cambiamento e del miglioramento sociale, il salvagente per molti bambini e ragazzi. Va riportata sul piedistallo che merita — e questo significa investire prima di tutto sulle condizioni in cui lavora chi ci lavora dentro.
Quando i numeri non raccontano la realtà
Lo studio tocca un nervo scoperto quando analizza la correlazione tra stress percepito e autovalutazione delle competenze. Emerge una tendenza — non sistematica, ma presente — a sopravvalutare le proprie competenze emotive nei contesti ad alto stress, come meccanismo di difesa.
È un fenomeno che chi lavora nell'inclusione riconosce in un contesto più ampio: docenti che certificano obiettivi raggiunti sulla carta in contraddizione con le competenze reali acquisite dagli alunni. Non sempre per malafede — a volte è la pressione del sistema a spingere verso una valutazione che "quadri", indipendentemente dalla realtà.
Chi fa il lavoro "per la pagnotta" — e non lo dico con giudizio, ma con preoccupazione — tende a certificare obiettivi altissimi sulla carta che cozzano con le reali competenze acquisite. Come se le competenze da acquisire fossero solo disciplinari.
Prima viene la socialità. Prima viene l'educazione. Prima vengono i rapporti tra pari e non tra pari. La disciplina è una conseguenza, non il punto di partenza. Se non si sta bene, se non c'è relazione, se non c'è gruppo, tutto il resto è utopia.
Per fortuna ci sono le competenze in uscita da certificare — e questo è un passo nella direzione giusta, perché obbliga a ragionare su cosa l'alunno sa fare davvero, non solo su cosa ha "svolto".
La dimensione relazionale come infrastruttura
Una delle sezioni più interessanti dello studio riguarda il ruolo delle relazioni tra colleghi come fattore protettivo rispetto al burnout. Gli insegnanti che riferiscono relazioni professionali più solide mostrano livelli di stress percepito più bassi, a parità di carico di lavoro. Non è una sorpresa — ma è un dato che chiede di essere tradotto in politiche concrete.
Il momento mensa, ad esempio, è altamente condivisivo — e spesso sottovalutato. Le relazioni tra chi si ferma a mangiare con i bambini sono diverse da chi non si ferma. Se mensa e gioco libero sono strutturati con coerenza, anche il rapporto tra colleghi cambia: c'è più unione, più condivisione, più senso di appartenenza al gruppo.
Mi chiedo: perché non esiste il buono pasto per il personale docente, così da implementare le relazioni tra colleghi anche nei momenti informali? Perché non si organizzano sessioni di team building annuali — non a carico dei docenti, ovviamente — per costruire coesione? Perché non c'è un servizio di psicologia attiva per i docenti, per prevenire il burnout prima che si arrivi a situazioni limite?
Non sono lussi. Sono investimenti sulla qualità del sistema educativo — che si misura anche, e soprattutto, nella qualità di chi lo abita ogni giorno.
Cosa dice la ricerca e cosa possiamo fare
Lembo, Morsanuto e Peluso Cassese concludono con alcune proposte operative: percorsi di formazione sistematici e contestualizzati, supervisione professionale, spazi istituzionali di confronto tra docenti, e una revisione dei carichi di lavoro nei contesti ad alta complessità.
A livello di istituto, alcune cose possono essere avviate senza aspettare il sistema:
- Progettare spazi di confronto tra docenti che non siano solo riunioni formali: gruppi di lavoro su casi, co-progettazione di interventi, supervisione tra pari.
- Costruire ambienti fisici accoglienti — anche con risorse limitate: un angolo relax in sala insegnanti, un'aula flessibile, spazi pensati per la decompressione.
- Richiedere formazione costruita sul bisogno reale dell'istituto, non adattare il bisogno al catalogo disponibile.
- Riconoscere il lavoro emotivo come parte integrante della professione docente — non come surplus invisibile.
- Documentare le buone pratiche di benessere organizzativo per renderle replicabili e visibili all'esterno.
Lembo M.S., Morsanuto S., Peluso Cassese F. (2026). Fragilità evolutive e contesti educativi: uno studio empirico sulle competenze emotive degli insegnanti. Italian Journal of Special Education for Inclusion, SIPeS – Pensa MultiMedia.
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