Chi è Stoica e cosa ha detto
Emanuel Cosmin Stoica è un attivista e disability manager. È una persona con disabilità motoria. Si è laureato in Giurisprudenza con 107/110. Ha frequentato le scuole insieme ai suoi compagni e nessuno gli ha regalato niente. Il suo percorso è una storia di resilienza autentica, e va riconosciuta come tale.
Il suo post su Instagram — intitolato "Sono disabile e dico sì alle classi separate" — ha generato centinaia di commenti, dividendo famiglie, insegnanti e professionisti. Il titolo è volutamente provocatorio, e funziona. Ma la provocazione non è un'analisi, e il suo percorso non è una generalizzazione applicabile a tutti.
La vera discriminazione non è valutare soluzioni diverse caso per caso. La vera discriminazione è lasciare migliaia di studenti in una situazione in cui non partecipano realmente né alla vita della classe né a un percorso educativo realmente adatto alle loro necessità.
— Emanuel Cosmin StoicaSu questo ha ragione. Completamente. Il problema è la conclusione che ne trae.
La separazione di fatto esiste già — ma non è la prova che funziona
Stoica dice che per molti alunni con disabilità grave una separazione di fatto esiste già: portati fuori dall'aula, soli con il sostegno, non inclusi realmente nella vita della classe. È una descrizione purtroppo accurata di molte situazioni reali.
È una realtà che conosco. La complessità di gestione nelle casistiche davvero gravi è enorme. A volte uscire dall'aula è necessario — per defaticare, perché gli spazi non sono attrezzati, perché il benessere non è garantito in quel momento. Ma c'è una differenza fondamentale tra uscire strategicamente e uscire sistematicamente. La prima è una scelta professionale consapevole. La seconda è abbandono mascherato da inclusione.
I professionisti veri costruiscono giorno per giorno, spingendo perché la presenza in classe sia una garanzia, non un'eccezione. Istituzionalizzare la separazione significa escludere a prescindere — e questo non è mai la risposta giusta.
Se fosse stato separato, che paragone avrebbe avuto?
Stoica racconta di aver vissuto un percorso scolastico ordinario, con i suoi compagni, e di aver sviluppato competenze sociali e accademiche solide. È esattamente questo che dovrebbe fargli domandare: se fosse stato in una classe speciale, avrebbe avuto gli stessi risultati? Avrebbe avuto gli stessi punti di riferimento, le stesse aspettative, le stesse relazioni?
Capisco la rabbia di chi ha vissuto un percorso complesso, in cui la scuola non lo ha valorizzato ma anzi escluso. Quella rabbia è legittima. Ma il bias di conferma è potente: se si vive male un percorso inclusivo, si tende a omologarsi con il pensiero che quel modello non funziona — dimenticando che il problema era l'attuazione, non il principio.
Nella mia classe, basata sull'inclusione e sulla partecipazione, il gruppo è compatto. C'è supporto reciproco, esperienze concrete significative, anche i genitori fanno parte di questa comunità. Non per tutti e non nella stessa maniera — perché ognuno è diverso. Ma la direzione è quella. E i risultati si vedono, ogni giorno.
Includere non significa ignorare le differenze — significa partire da esse
Uno degli argomenti più forti del post di Stoica è che "non tutte le disabilità sono uguali". È vero. Ed è esattamente per questo che l'inclusione non può essere un modello unico, standardizzato, applicato allo stesso modo per tutti. L'inclusione vera è quella che parte dalla persona — dalle sue specificità, dai suoi bisogni, dal suo contesto.
Includere non significa mettere tutti nella stessa aula e sperare che vada bene. Significa costruire un ambiente in cui ciascuno trova il suo posto — con attività diverse ma spazi condivisi, con obiettivi personalizzati ma relazioni reali. Questo è formativo anche per i compagni, che imparano l'empatia, la socialità, a capire le differenze e a essere persone migliori.
E qui apro una parentesi sul linguaggio: "normodotati" è una bruttissima parola. Non esiste una norma standard di essere dotati. Ognuno ha le proprie peculiarità — e in base a queste sta nel mondo e deve trovare il suo posto. Il linguaggio non è una questione di forma: è sinonimo di pensiero. Se ci abituiamo al focus sulla persona, quello sarà il nostro obiettivo. La persona non è il suo handicap. La persona non è una certificazione.
Cosa serve davvero: non le classi separate, ma docenti competenti
La soluzione al problema che Stoica descrive — inclusione sulla carta, separazione nella realtà — non sono le classi speciali. Sono docenti competenti, formati davvero, presenti davvero.
Ci vuole innanzitutto voglia di rimboccarsi le maniche. Poi bisogna ampliare le competenze di base di tutti i docenti — non solo dei docenti di sostegno. L'inclusione è responsabilità del team, non di una sola figura.
E bisogna garantire la presenza costante di due docenti in ogni classe, di cui uno specializzato — con una specializzazione degna di questo nome, non percorsi accelerati e semplificati che rischiano di immettere in ruolo persone con una preparazione ancora incompleta — indipendentemente da chi li eroga. La specializzazione sul sostegno richiede anni di studio, tirocinio, esperienza sul campo. Non si improvvisa con un corso accelerato.
Trovare professionisti non competenti fa vivere in modo negativo un intero percorso scolastico. E il bias di conferma fa il resto: un'esperienza negativa diventa la prova che "il modello non funziona". Ma il problema non era il modello — era quella persona, in quella classe, in quel momento.
Il percorso di Stoica è straordinario — e non è la norma
Stoica è una persona con disabilità motoria e ha costruito un percorso accademico brillante in un contesto inclusivo. È una storia che merita rispetto e ammirazione. Ma è anche — per definizione — il racconto di un percorso specifico, non di tutti i percorsi possibili.
È rappresentativo del suo percorso specifico. Fare di tutta l'erba un fascio non è il ragionamento corretto — né in un senso né nell'altro. Non si può dire "l'inclusione funziona sempre" così come non si può dire "l'inclusione non funziona mai". Si può dire: quando c'è impegno, competenza e progettazione, l'inclusione funziona. Quando mancano queste cose, tutto diventa più difficile — e la tentazione di cercare scorciatoie aumenta.
I miei complimenti a Stoica per la resilienza e la forza del suo percorso, complessissimo e che valorizza la persona e la sua competenza. Lo attenderei volentieri per una puntata del podcast — perché questo è esattamente il tipo di confronto che serve: diretto, senza slogan, con la voce di chi vive la disabilità dall'interno.
La risposta è una sola
Non classi separate. Non inclusione di facciata. Inclusione vera — quella che si costruisce ogni giorno, con competenza, con risorse adeguate, con due docenti in classe, con spazi pensati per tutti, con la persona al centro e non la certificazione.
L'obiettivo non cambia: garantire ad ogni persona con disabilità il miglior percorso possibile. Ma quel percorso si costruisce dentro la comunità, non separati da essa. Perché internare significa escludere a prescindere. E nessuna classe speciale potrà mai insegnare l'empatia, la socialità, il rispetto delle differenze — che si impara solo vivendo insieme.
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