Che i genitori abbiano il diritto di visionare il Piano Didattico Personalizzato del proprio figlio, di capirlo e di riceverne copia non dovrebbe essere una notizia. È un documento che loro stessi firmano. Il fatto che periodicamente si debba tornare a scriverlo — e che esistano scuole dove quella copia non viene consegnata — racconta qualcosa di più profondo di un problema procedurale.

Racconta che in molti istituti il PDP è ancora percepito come un documento della scuola: qualcosa che i docenti compilano, la famiglia sottoscrive e la segreteria archivia. Mentre il PDP, per come è nato e per come è scritto nella norma, è esattamente il contrario: è un patto. E un patto di cui una delle due parti non ha copia non è un patto, è una presa d'atto.

⚖️ Il quadro normativo, in breve. Il PDP nasce dalla Legge 170/2010 e dal D.M. 5669 del 12 luglio 2011 con le Linee guida allegate, che lo descrivono come documento redatto entro il primo trimestre scolastico e sottoscritto dal Dirigente Scolastico (o da un suo delegato), dai docenti e dalla famiglia. Sul diritto alla copia valgono due strade convergenti: l'accesso ai documenti amministrativi (L. 241/1990) e il diritto di accesso dell'interessato ai propri dati previsto dall'art. 15 del Regolamento UE 2016/679, esercitato dai genitori in quanto esercenti la responsabilità genitoriale. In nessuna delle due la privacy è un motivo per negare un documento a chi ne è il soggetto.

La firma è già la risposta

C'è un'obiezione che gira ancora, ed è la più fragile di tutte: «la copia non si può dare, per la privacy». Non regge, per un motivo semplice. La privacy tutela l'alunno e la sua famiglia da terzi, non tutela il documento dalla famiglia. I dati contenuti nel PDP sono i dati di quel bambino o di quella bambina: i genitori non sono soggetti esterni da cui proteggerli, sono i titolari del diritto a conoscerli.

E poi c'è l'argomento che chiude la questione: quella firma. Se la famiglia firma il PDP, significa che lo ha letto e condiviso. Se non ne può avere copia, cosa ha firmato esattamente? Un documento che non potrà rileggere, su cui non potrà tornare a gennaio quando una misura non sta funzionando, che non potrà confrontare con quello dell'anno precedente. La firma senza copia è una contraddizione in termini: dichiara una condivisione e contemporaneamente la rende impossibile.

Tre livelli di trasparenza, non uno

Nella mia esperienza come Funzione Strumentale per l'Inclusione, il tema «copia sì o copia no» è solo il primo gradino, e il più facile. La trasparenza reale su un PDP si gioca su tre livelli diversi, e solo il primo è un adempimento.

1
La copia consegnata: il minimo, non il traguardo
2
Le domande guida: la famiglia e l'alunno che scrivono
3
Il GLI: la trasparenza di sistema, non del singolo caso

Un istituto può essere perfettamente in regola sul primo livello e completamente assente sugli altri due. Consegnare un PDF e aver assolto all'obbligo non significa aver coinvolto nessuno. Significa aver distribuito un documento scritto altrove, da altri, su decisioni già prese.

Le domande guida: la parte del PDP che quasi nessuno compila

Il modello di PDP del nostro istituto comprensivo è stato riscritto per contenere due sezioni che nei modelli standard spesso non esistono o restano vuote: un questionario autovalutativo per l'alunno — punti di forza, difficoltà percepite, metodo di studio, cosa lo aiuta e cosa lo blocca — e una sezione per la famiglia, affiancata da una tabella osservativa compilata a casa.

Non sono campi decorativi. Sono il punto in cui il documento smette di essere una descrizione clinica dell'alunno e diventa una progettazione con l'alunno. Un bambino di quarta primaria sa dirti, se gli si chiede nel modo giusto, che legge meglio quando il testo è spezzato e che si blocca quando deve copiare dalla lavagna. Quella frase vale più di tre righe di misure compensative scelte a tavolino.

Oggi quelle sezioni le raccoglie il docente durante il colloquio preparatorio, che è il passaggio che dovrebbe sempre precedere la stesura — non seguirla. La direzione in cui stiamo lavorando è un passo oltre: aprire la compilazione direttamente alla famiglia, su base volontaria e non obbligatoria, con il PDP visibile nei suoi passaggi di avanzamento. Non per scaricare sulle famiglie un pezzo di lavoro nostro, ma perché una famiglia che vede il documento mentre si costruisce ha un ruolo diverso da una famiglia che lo riceve finito.

✅ Il passaggio che cambia tutto non è tecnico, è di sequenza. Colloquio prima, stesura dopo. Se il colloquio arriva a documento già scritto, non è co-progettazione: è presentazione. E a quel punto l'unica cosa che resta alla famiglia è firmare o non firmare.

Dove finisce la condivisione e dove inizia l'invasione di ruolo

Qui va detta una cosa che nel dibattito sulla trasparenza raramente si dice, perché sembra andare nella direzione opposta. Non è così: è la stessa direzione, vista da tutti i lati.

💬 Il mio parere

Sono a favore della copia, sempre, e noi l'abbiamo sempre data completa. Ma sono contrario a un uso che ho visto prendere piede: il PDP portato in giro dai terapisti privati per entrare a gamba tesa sulle decisioni didattiche, educative e progettuali. È la scuola che traccia il percorso. Il terapista può aiutarmi su alcune parti di quel percorso, e la sezione degli strumenti contenuta in una diagnosi è un consiglio qualificato, non una prescrizione vincolante sulla didattica.

Dentro il documento ci deve stare tutto quello che ci siamo detti, da tutte le parti. Ma nessuna delle parti deve avere la pretesa di sovrastare l'altra in ruoli che non le competono. Sarebbe come se un docente spiegasse al neuropsichiatra come si fa una diagnosi: nessuno lo accetterebbe, e giustamente.

La trasparenza non è cedere il timone. È mettere tutti nelle condizioni di sapere dove si sta andando, ciascuno con la propria competenza e il proprio perimetro. Un PDP condiviso è un PDP in cui ognuno ha portato quello che sa fare — non un PDP scritto da chi ha la voce più forte.

Perché serve una guida d'istituto, e cosa ci va dentro

Un modello di PDP ben fatto non basta, se chi lo compila non ha gli strumenti per usarlo. Per questo come istituto abbiamo strutturato una guida operativa — «DSA e BES: dalla teoria alla classe» — che prende come punto di partenza il lavoro fatto all'IC di Ome, dove ho fatto parte della commissione per la scrittura di quelle guide insieme alle referenti di allora, le maestre Cristina Cavagnola (Inclusione) e Monica Togni (DSA-BES). Quel materiale è stato la base; da lì la guida è stata riscritta e ampliata sulle esigenze reali della nostra scuola.

E va molto oltre la compilazione campo per campo. Dentro ci sono le cose su cui ogni anno si inciampa:

La guida è passata in Collegio Docenti e in GLI, presentata a entrambe le assemblee, e poi validata dal DPO e dal Consiglio di Istituto. Un punto, però, va chiarito perché è quello che ne determina la riuscita: non è un obbligo vincolante. È la base per chi vuole procedere bene. È un aiuto, non un regolamento. Le guide imposte si subiscono; quelle utili si usano.

Lo SPID: il dettaglio che nessun capitolato mette nei requisiti

C'è un passaggio del nostro flusso che sulla carta sembra un arretramento tecnologico e che invece è una scelta precisa. Una volta completato, il PDP va in segreteria insieme al foglio firme cartaceo. Da quel momento la famiglia può avere la copia in PDF.

Perché il cartaceo? Perché la firma digitale richiede SPID o un'identità digitale, e in un istituto come il nostro — con una presenza significativa di famiglie straniere — quella è una barriera concreta e quotidiana. Credenziali scadute, app che non si installano, procedure in una lingua che non si padroneggia, documenti d'identità in rinnovo.

💡 Una trasparenza che presuppone lo SPID non è trasparenza: è un'altra barriera. Si può digitalizzare tutto il processo e lasciare fuori esattamente le famiglie che avrebbero più bisogno di essere dentro. La firma su carta costa due minuti a un docente e garantisce che nessuno resti escluso dal proprio diritto.

Un gestionale nato per coprire le falle del SIDI

I PDP del nostro istituto sono gestiti con un applicativo sviluppato internamente, totalmente personalizzato sulla nostra scuola. Non è nato da zero: è nato prendendo spunto dal SIDI e cercando di correggerne le falle — la rigidità dei campi, la scarsa usabilità per chi compila, la difficoltà di far dialogare il documento con il lavoro reale del team docenti.

Lo strumento ha seguito tutto il percorso che un trattamento di dati particolari richiede: DPIA positiva del DPO d'istituto, voto favorevole del Collegio Docenti, documentazione di sicurezza, adozione formale per l'anno scolastico in corso. Non è un foglio condiviso messo in piedi di fretta: è un sistema che è passato dove doveva passare.

Nelle ultime settimane mi è stato segnalato da una collega un altro strumento, COSMI, arrivato nel suo istituto con un nuovo Dirigente proveniente da Milano. È una piattaforma di rete — adesione a quota e scuola capofila — che viene usata anche per la stesura dei PDP, ma che è nata per il PEI, in chiave ICF. Non l'abbiamo valutata e scartata: la conosco da poco e non ho elementi per giudicarla sul campo.

Segnalo però due differenze che per me contano. La prima è proprio quell'origine: un impianto costruito sull'ICF e sul PEI, e poi esteso al PDP, porta con sé una logica che al PDP per DSA e BES non appartiene fino in fondo — e si vede nei campi, nel lessico, nel modo in cui il documento chiede le informazioni. La seconda è che una piattaforma di rete è standardizzata per definizione: un vantaggio enorme sull'interoperabilità, un limite quando il documento deve aderire alla realtà di quella scuola, con i suoi plessi, le sue lingue, le sue prassi.

Il GLI: lo spazio c'è, ed è mezzo vuoto

Il terzo livello di trasparenza è quello che non riguarda il singolo alunno, ma il sistema. Da noi l'invito al GLI è aperto a tutti. La Funzione Strumentale fa il punto sull'anno passato, presenta quello che viene, mostra il Piano per l'Inclusione. Lo spazio per il confronto c'è, ed è vero spazio, non una formalità di chiusura.

Il problema è un altro, e lo dico senza girarci intorno: la partecipazione è molto bassa. Sia delle famiglie sia dei colleghi — anche perché il GLI non è una riunione obbligatoria. Negli anni un aumento si è visto, e non è poco. Ma siamo lontani da quello che quel tavolo potrebbe essere.

⚠️ Il problema non è il GLI: è come viene percepito. In alcuni istituti è vissuto come una cosa facoltativa, in altri come un obbligo da assolvere. Entrambe le letture lo svuotano. Il GLI dovrebbe essere lo spazio di confronto e di crescita dove si fa il punto davvero — su cosa ha funzionato, cosa no, e cosa si cambia l'anno prossimo.

Una cosa che da noi funziona, e che consiglierei a chiunque: i questionari di gradimento inviati a docenti, educatori e famiglie, per capire cosa ha funzionato, cosa no e quali suggerimenti arrivano da chi il percorso lo ha attraversato. Non finiscono in un cassetto: diventano spesso gli spunti di lavoro dell'anno successivo o entrano direttamente nel Piano per l'Inclusione. È il modo più concreto che conosco per far partecipare anche chi al GLI non è potuto venire.

Cosa può fare domani una scuola qualsiasi

Niente di quello che ho descritto richiede fondi straordinari o una piattaforma costosa. Richiede decisioni organizzative. In ordine di difficoltà crescente:

Il punto

Il diritto dei genitori ad avere copia del PDP è un diritto, non una concessione. Ma fermarsi lì vuol dire aver capito la metà della questione: una copia consegnata di un documento scritto senza di loro resta un documento scritto senza di loro.

La co-progettazione, noi, l'abbiamo sempre fatta in presenza, nei confronti diretti — ed è lì che continua a funzionare meglio. Gli strumenti digitali non la sostituiscono: la rendono tracciabile, consultabile, riapribile a gennaio quando qualcosa non sta andando. Servono a questo, non a risparmiare un colloquio.

La trasparenza e la correttezza, per noi, non sono un capitolo del Piano per l'Inclusione. Sono il modo in cui si lavora. E costano meno di quello che si pensa: un colloquio prima, una copia consegnata, un foglio firme che non chiede lo SPID a chi non lo ha, un tavolo dove chi viene può dire la sua.

Il PDP non è un documento da far firmare. È un percorso da scrivere insieme a chi lo percorrerà.

Fonti e riferimenti